Anche a Serrenti, come tutti i paesi
della Sardegna centro-meridionale, la tipologia della casa rurale
si stabilizzò negli ultimi cento anni, secondo una disposizione
planimetrica che tenne essenzialmente conto di tre fattori fondamentali:
la posizione della strada, l'orientamento e le linee di livello del
terreno.
Posta oltre la grande porta monumentale (su pottabi) e preceduta da
un cortile lastricato la casa tradizionale in genere si contraddistingueva
per la presenza di due cortili (pratzasa):
una antistante (sa pratza de ananti) e una retrostante (sa pratza
de pabasa). Addossati ai muri di cinta, nella corte antistante vi
erano delle stalle destinate agli animali da lavoro, la cui cura spettava
all'uomo.
Tra le varie stalle, denominate "lollas" (loggiati), si
distinguevano: "sa lolla de is bois", "sa stadda de
su guaddu" e "s'omu 'e sa palla"; accanto a queste
esisteva "sa lolla de su pottabi", uno spazio coperto in
corrispondenza del portone dove, durante la cattiva stagione, trovava
riparo il carro. Sempre nella corte antistante trovava posto il forno
"su forru", con una copertura di tegole e soffitto ad incannucciata
portate da travi di legno; il manufatto era sistemato generalmente
nelle immediate vicinanze della cucina, nella cui parete era ricavata
la bocca del forno "sa 'ucca 'e su forru", che permetteva
alle donne di effettuare al riparo tutte le operazioni relative alla
panificazione. Non mancavano, inoltre, la cantina "su magasinu",
e il pozzo "sa funtana" con acqua spesso non potabile.
Gli animali domestici, del quali si occupavano essenzialmente le donne,
trovavano, invece ricovero nella corte retrostante. Qui, oltre il
letamaio "su muntronaxiu", che fungeva anche da servizio
per le persone, era situata "s'omu 'e su procu", la porcilaia,
un locale coperto usato per il ricovero di uno o più maiali.
Strutturalmente la casa si articolava in due piani. Al piano superiore,
utilizzato per la conservazione delle derrate alimentari "su
lori ", si accedeva mediante una scala di legno sistemata in
una stanza del piano inferiore, nel quale si trovavano gli ambienti
da lavoro: la cucina "sa coxina", "s'omu de su strexu
de fenu" e il loggiato.
La cucina costituiva, e costituisce tuttora, l'ambiente più
caratteristico della casa Serrentese. Il focolare, "sa forredda",
era situato nella parte più corta della stanza; nel suo ripiano,
generalmente piuttosto largo, erano sistemate le pentole e i tegami
di terracotta. Nelle sue pareti interne venivano appesi i treppiedi
"trebisi", le gratelle "cadrigasa" e gli altri
oggetti necessari per accendere e governare il fuoco: "su suadori",
"su muntzioni", "su sbentulliadori. Gli spiedi "schidoisi"
venivano allineati nel portaspiedo"sa schidonera", e sistemati
su una parete. Solitamente su una parete della cucina era presente
un mobiletto pensile "su parastaggiu" che constava di tre
ripiani: nel primo erano posti i piatti da portata col più
grande al centro; nel secondo i piatti fondi e nel terzo i piatti
piani e i piattini. La batteria dei pezzi in ferro smalto era, invece,
disposta su tre o quattro linee orizzontali, più o meno larghe
a seconda del numero del pezzi. Completavano l'arredo della cucina
due o tre tavoli di diversa dimensione: quello sul quale si consumavano
i pasti; quello utilizzato per rigovernare le stoviglie (su di esso
o sotto erano poste una o due brocche di terracotta "marigas"
indispensabili per l'acqua potabile); infine, se non stava in "s'omu
'e su strexu de fenu", era presente anche il tavolo per panificare.
"S'omu 'e su strexu de fenu" era un'ambiente avente una
dupplice funzione: veniva utilizzata per ricevere gli ospiti e svolgere
le operazioni legate alla panificazione. In essa trovavano, quindi,
collocazione gli utensili in paglia, usati nella preparazione del
pane. Si trattava di canestri, "caisteddus", e panieri,
"crobis", di diverse dimensioni: con forma circolare e bordi
bassi i primi, alti i secondi; generalmente erano presenti anche i
"cofineddus", altri contenitori di forma circolare, generalmente
provvisti di coperchio. Di solito una parete della sala era appositamente
destinata agli strumenti necessari per la preparazione della farina;
crivelli, stacci, telai in legno "cibiru de fenu", "sedatzu",
"sedatzatoni", utilizzati durante la stazzatura. I primi
due avevano forma circolare, gli altri erano dl forma rettangolare
allungata.
La casa era completata dalle stanze da letto "apposentus",
il cui numero variava a seconda della composizione del nucleo familiare
e, naturalmente, dalle disponibilità economiche del proprietario.
Complessivamente la tipologia abitativa e la disposizione delle varie
cose presenti nella casa, rivela una marcata distinzione tra la zona
esterna e quella interna; distinzione che, peraltro, rispecchiava
la suddivisione del lavoro maschile e femminile. L'interno dell'abitazione,
caratterizzato dalla precisa collocazione degli oggetti (le donne
si tramandavano, di madre in figlia, tale criterio di sistemazione),
sottolineava Il carattere centrale della femminilità e delle
pratiche domestiche; l'ambiente assumeva, quindi, una sua identità,
divenendo apprezzabile e guardabile. L'esterno suggeriva, invece,
la dimensione dell'anonimato: tutti gli esterni erano simili tra loro
e solo durante le feste, quando divenivano luoghi di esibizione dei
pezzi migliori dell'arredamento e del corredo, acquistavano una significativa
particolarità.
Come sopra spiegato, la casa rurale era preceduta dal portale che
rappresentava l'unico accesso all'abitazione. Dalla classificazione
eseguita, tenendo conto delle date di costruzione, risulta che la
diffusione dei portali fosse, per tutto l'ottocento, molto limitata,
soprattutto, perchè la recinzione delle case era realizzata
maggiormente con le siepi di fico d'india. Soltanto verso la fine
dell'ottocento, in particolare nei primi trent'anni del 900, iniziò
a Serrenti la diffusione del portale ad arco a tutto sesto, realizzato
in trachite grigia, che sostituì, a partire dalle case padronali,
quello in arenaria rossa e in architrave ligneo. La realizzazione
dei nuovi portali attesta il buon livello tecnico raggiunto nella
lavorazione della pietra, attività per la quale il paese potè
usufruire, in quel periodo, della valida presenza di scalpellini locali.
Il portale si componeva, generalmente, di due stipiti, formati da
un basamento e da un piedrito monolitico cui era sovrapposta una cornicetta
di imposta. La prominente chiave di volta era di solito scolpita con
fregi vari: iniziali del proprietario, anno di esecuzione e simboli
inerenti alle varie attività artigiane che si svolgevano nel
paese agli inizi del 1900. Con la sua ampia e solida apertura, Il
portale consentiva l'ingresso al carro; tuttavia, accanto a questa
funzione pratica, esso rivestiva un'importanza fondamentale in quanto
diveniva simbolo della proprietà privata e immagine della solidità
economica del proprietario.
La costruzione dei portali diminuì, per poi scomparire totalmente,
intorno agli anni sessanta. Tale diminuzione coincise sia con l'abbandono
delle cave di trachite, il cui costo di estrazione era diventato troppo
elevato, sia con un altro fenomeno di portata molto più vasta:
l'abbandono dell'agricoltura. A Serrenti, l'occupazione in questo
settore, subì una notevole flessione, passando dal 64% nel
1951 al 14% nel 1981, a favore, soprattutto, del settore terziario.
In questo contesto il portale monumentale e la casa rurale perdettero
sempre più il loro ruolo di simbolo e di centro di produzione
economica della famiglia. Iniziò, così, una costante
involuzione architettonica che, attraverso varie forme di adattamento,
è giunta ad una totale trasformazione del "vecchio",
richiesta dalle esigenza che i nuovi modelli di vita sociale hanno
comportato.
Attualmente si contano nel paese 132 portali, distribuiti in modo
omogeneo nel centro storico, ultimi guardiani di una civiltà
che sotto il celere incalzare del cemento armato sta scomparendo.
La continua esigenza di aree edificabili, comporta, infatti, il riempimento
degli ampi cortili annessi alle case rurali e, contemporaneamente,
deturpa, trasformandolo in maniera irreversibile. Il centro storico
cancellando con esso le ultime tracce di una civiltà e, dunque,
di una storia che le prossime generazioni non potranno conoscere.