CHIESA MARIA IMMACOLATA

LA PARROCCHIALE

Costruita in stile gotico-aragonese nel secolo XIV, la primitiva parrocchia di Serrenti, indicata negli atti della visita pastorale del 16 febbraio 1589 come chiesa di S.Maria, è, invece, dedicata all'Immacolata Concezione.
Durante il XVIII secolo, mentre era canonico prebendato di Serrenti il Decano del capitolo cagliaritano Monsignor Giovanni Solinas, la Chiesa, al cui fianco si ergeva la torre campanana quadrangolare, decorata alla sommità da una cornice traforata e con copertura a cupola, subì profonde trasformazioni. Terminati i lavori di restauro e dl "abbellimento", fu riaperta al pubblico nel 1725. Tuttavia, nonostante le modifiche apportate, le strutture della chiesa, e soprattutto del campanile rimasero alquanto precarie. Le malferme condizioni del campanile vennero sottolineate in una dellbera del Consiglio Comunitativo, datata 24 ottobre 1836, in cui leggiamo:"... .il campanile della chiesa parrocchiale minaccia di andare in rovina se non si riparano gli sconci di cui soffre, per tale oggetto si fecero i dovuti calcoli da parte di muratori cagliaritani". ..
Interventi urgenti per la riparazione della parrocchia si richiesero anche in una delibera del 13 aprile 1860 dove: "..essendosi osservato nella facciata, nel tetto ed in un muro interno, un guasto tale da minacciare rovina", il Consiglio, dopo aver richiesto preventivi e perizie divario genere, concludeva dicendo: "i soldi a disposizione del bilancio comunale non sono sufficienti a chiedere all'autorità superiore se possibile stornare i fondi bllanclati nel 1859 per l'ampliamento del Camposanto".
Trascorsi quindici anni, il problema delle riparazioni, in realtà mai risolto, ritornò di attualità e nella delibera del 6aprile 1875 si legge: "I fondi necessari per il riattamento della chiesa parrocchiale sono cospicui e il comune è molto gravato di contributi, oltre a che bilanciando la necessaria spesa non concorrono alla medesima che i soli possidenti di terreni e non essendo giusto che questi soli già d'altronde a sufficienza gravati, sopportino una tale spesa, quando tutti indistintamente hanno lo stesso diritto alla chiesa e ne godono gli stessi utili, sarebbe il caso di utilizzare a una tale opera, tutte le possibili risorse, e contribuire tutte le classi dei comunisti, imponendo una tassa di lire Una a ogni individuo del comune Interessare inoltre il Monte Granatico per un sussidio e la commissione di Santa Vitalia affinchè dal prodotto delle offerte si conservi una somma per tale incomodo....". Esaminata tale richiesta, il 19 di quello stesso mese, il Prefetto, vietando in maniera assoluta la nuova tassa, ciò rispondeva: "..La compilazione di un ruolo speciale nel modo proposto non è ammissibile perchè urta con la legge, la quale non contempla ne permette simili impostizioni speciali". A sua volta, il Prefetto invitò il Comune a redigere il progetto dell'opera, "eseguito da persona tecnica attesa la sua importanza", per poi inoltrarlo, unito al capitolato d'appalto del lavori, alla Deputazione Provinciale affinchè fosse approvato. Alla stessa Deputazione dovevano pervenire sia la deliberazione della Commissione Montuaria per il sussidio del Monte Granatico, sia quella della commissione di Santa Vitalia.
Malgrado i suggerimenti del Prefetto, per le catastrofiche difficoltà finanziarie in cui versava il comune e la drammatica situazione della popolazione costretta, in quegli anni, a fronteggiare una serie di raccolti negativi e impossibilitata, quindi, a pagare le imposte, alla parrocchia non venne apportato alcun restauro.
Ancora nel 1877, il Comune deliberava di accantonare una somma, ricavata dalle questue religiose, per rimettere in buono stato la parrocchia che in un documento del 1880 veniva così descritta: "L' edificio trovasi tanto all'esterno che all'interno in uno stato indecente per un edificio dedicato al culto, per essersi sempre abbandonate le riparazioni di prima necessità. La scala del campanile è del tutto quasi in rovina che, i sacristi fecero più volte istanza per il suo riattamento ed ove ciò non si faccia, sono decisi a rifiutarsi a salirvi per suonare le campane ed attendere al pubblico orologio". Il preciso funzionamento dell'orologio pubblico era, in quel periodo, indispensabile. I rintocchi delle campane, indicanti il trascorrere delle ore, erano, infatti, un valido aiuto per l'agricoltore che, al suono di esse, regolava le principali operazioni della sua giornata, essenzialmente legate ai lavori in campagna e all'alimentazione e cura degli animali da lavoro. Finalmente, vista la situazione, il Monte Granatico decise, attraverso la deliberazione della commissione montuaria del 9 aprile 1880, di vendere 62,50 ettolitri di grano (portando l'interesse dal 3,50 al 6%) e sistemare la chiesa con il ricavato: "tolta", riporta la delibera, "la somma che si spenderà per l'acquisto di una bara mortuaria da utilizzare per tutta la comunità".
L'autorizzazione della Deputazione Provinciale per attuare questi propositi giunse troppo tardi, per cui il grano invenduto venne distribuito tra i diversi abitanti, come risulta dal registro Mandati tenuto dal depositario del Monte.
L'8 marzo 1881 si ebbe a Serrenti la visita del Decano di Cagliari Monsignor Nicolò Mura. In seguito ad essa venne stanziata una somma che consentì le riparazioni della chiesa, la quale, ultimati ilavori, ebbe il 4 settembre dl quello stesso anno la benedizione dal sanlurese canonico Raimondo Ingheo, poi vescovo di Iglesias. In quell'occasione anche il comune aveva contribuito alla spesa, mettendo a disposizione lire 2162, tratte dal Monte Granatico che, nel contempo, aveva venduto, l'altra partita di grano, caricando un interesse maggiorato sui contadini del paese. Poiché con isoldi stanziati si potè sistemare soltanto la chiesa, il campanile mantenne inalterato il suo stato di precarietà e, il 29 aprile del 1890 il Parroco, in una riunione del Consiglio Comunale, così riferiva: "nell'interno del campanile si verificano dei guasti i quali, non riparati a tempo, apporterebbero un grave danno all'intero edificio le riparazioni da farsi riguardano le scale in legno ed in pietra, i finestroni ove trovasi le campane, la cassa ove riposano i pesi del pubblico orologio e la piccola volta esistente nel piano del campanile".
La ristrutturazione rimase, però, solo a livello di intenzioni e buoni propositi che non trovarono mai un riscontro nella realtà. Nel 1905 la chiesa visse, infatti, un altro tragico momento: "la notte del 4 aprile alle ore 21", attesta la delibera, "una grave e immensa sventura colpì questo povero paese a causa del vasto incendio sviluppatosi nella sagrestia di questa ricca e adorna chiesa parrocchiale, ove trovansi tutti gli oggetti e paramenti sacri. Il primo a dare l'allarme dell'incendio fu il carrettoniere Frau Sida Luigi fu Giovanni, reduce da Cagliari, al quale si deve una parola di lode perché in caso contrario l'incendio anzichè circoscriversi nella sola sacrestia si sarebbe propagato fuori ed avrebbe devastato tutto quanto esisteva in chiesa, e che lo stesso signor presidente accorse subito in chiesa ai rintocchi della campana, ove trovò alcuni barracelli e, provvedette immediatamente all'illuminazione dando ordine che si portassero lumi dalle case vicine, e perchè una ventina di persone attingessero acqua dal pozzo del piazzale della Casa Comunale, attiguo alla chiesa onde circoscrivere l'incendio, non essendo possibile domarlo nella sacrestia, sebbene dopo, il suo arrivo sia pure accorsa numerosa la popolazione e sia stata attiva la loro opera.... In considerazione ai danni finora incalcolabili e che oltrepassano la bella cifra di Lire 20.000, perché tutti gli arredi e paramenti sacri, nonché otto statue lignee esistenti nella sacrestia vennero distrutte ed ifabbricati tutti rovinati".
Vista l'entità dei danni riportati, il Consiglio Comunale deliberò: 1) di rivolgere umile istanza per ottenere qualche sussidio a S.S. Pio X, alle Loro Maestà il Re, la Regina e la Regina Madre; 2) di chiedere un sussidio al Regio economato; 3) di chiedere un sussidio alla Deputazione Provinciale; 4) di chiedere un sussidio dl Lire 3000 al locale Monte Granatico; 5) di fare appello a tutti I sindacil della Sardegna perché icomuni da loro amministrati possano mandare qualche sussidio nei limiti del possibile; 6) di chiedere al signor Prefetto di fare una questua in tutti i comuni del mandamento; 7) di aprire una sottoscrizione nel paese; 8) di nominare un comitato permanente composto dal Sindaco,dal Parroco, da alcuni membri, dal cassiere Corona Grecu Benedetto e dal segretario Basilio Murgia per coordinare la raccolta dei soldi".
Venuto a conoscenza ditali fatti, lo stesso vescovo di Cagliari, Fra Pietro Balestra, chiese offerte a tutti i parroci dell'Archidiocesi e nelle lettere, con le quali invocava solidarietà, scriveva: "... peri miei cari figli di Serrenti. Con l'aiuto della carità essi ripareranno in tutto o in parte i danni di tale sventura, e potranno ritornare a pregare, anche per i loro benefattori, nella loro chiesa". Purtroppo le sventure della parrocchia non erano ancora concluse. Il lento ma costante degrado raggiunse il suo culmine nel febbraio del 1930, quando il campanile, dopo secoli di abbandono e di mancati restauri, crollò senza arrecare danni alle persone ma abbattendo il municipio, la facciata della chiesa, il fonte battesimale.
In seguito al crollo della torre campanaria, soltanto una delle tre campane in essa collocate rimase quasi indenne. Secondo la datazione riportata, la campana, caratterizzata da immagini scolpite a basso rilievo e raffiguranti l'Immacolata, il Crocifisso e S.Antonio da Padova, venne realizzata nel 1669. Le altre campane, delle quali una era del 1836 e l'altra, la più piccola, del 1875, furono nuovamente fuse. Successivamente anche la facciata della chiesa subì una radicale ristrutturazione in forme neoclassiche completamente diverse da quelle originarie. Così, di quel primitivo edificio, parte integrante della vita del villaggio, non rimane oggi che qualche fotografia, vecchia e ingiallita.
Attualmente la struttura interna della chiesa, edificata a tre navate, separate da pilastri e sovrastate da volte a botte (coperture murarie aventi una superficie semicilindnica), presenta sei cappelle: due poste ai bracci del transetto o navata trasversale; due sul lato destro e due su quello sinistro della navata centrale. Nella crociera, ossia nel punto in cui si incrociano la navata centrale e Il transetto, si eleva una cupola emisferica. Il presbitenio, parte immediatamente antistante l'altare, riservata agli officianti, è sopraelevato di circa un metro rispetto al piano generale della chiesa; una balaustra o parapetto, formato da colonnette sagomate con basamento e eimasa continui, lo separa dalle navate. L'accesso al presbitenio è consentito da una gradinata che ai lati terminali presenta due acroteni poggianti su leoncini. L'altare maggiore, preceduto da due gradini di marmo policromo, è stato con i restauri del 1960, ricostruito nella parte terminale dell'abside e portato indietro di due metri rispetto alla posizione iniziale.
Frontalmente l'altare è rivestito da un paliotto marmoreo dove è raffigurato uno scudo in marmo nero, scolpito fra due grandi rami di rose in rilievo. La chiesa possiede alcuni oggetti sacri in argento: una croce parrocchiale di stile gotico, una grande lampada del sec. XVIII, ispirata a modelli barcellonesi, e una navicella del 1603, tutte opere di pregevole fattura realizzate da argentieni sardi.

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